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Sarebbe bello poter sognare un mondo perfetto, invece ogni sera la televisione porta nelle nostre case immagini di guerra e di dolore. Soprattutto occhi: stanchi, spaventati, e tra tutti quelli dei bambini, che ci interrogano senza parole. Il rischio è abituarci, cambiare canale, lasciare che il cuore smetta di sentire.
L'Ottobre Missionario ci chiede uno sguardo diverso, quello del fratello, ci chiede di risvegliare il nostro cuore e la nostra sensibilità aprendosi alla bontà. Come il Buon Samaritano, che vide l'uomo ferito e si lasciò toccare, anche noi siamo chiamati a permettere che ciò che vediamo scenda nel cuore.
Specchiarci negli occhi di chi soffre ci aiuta anche a riconoscere quanto abbiamo ricevuto: una casa, il cibo, la scuola, la libertà di ritrovarci in chiesa e in oratorio. Non sono meriti, sono doni, e diventano gratitudine e responsabilità.
Ma cosa possiamo fare noi in questo mondo? Nel nostro piccolo possiamo fare molto: pregare, affidando a Maria nel Rosario i popoli che soffrono e i missionari che stanno loro accanto; sostenere con un'offerta la Giornata Missionaria Mondiale; accorgerci di chi è in difficoltà vicino a noi. È così che restiamo vivi e non diventiamo insensibili.
Un saluto affettuoso va al nostro parroco, don Sergio, ancora in ospedale: la comunità gli è vicina con la preghiera e l'affetto. Con lui ricordiamo tutti gli ammalati, perché possano presto tornare nelle loro case, tra le persone che vogliono loro bene.
Buon Ottobre Missionario a tutti!
don Massimiliano |
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PARTIRE O ACCOGLIERE? IL CUORE APERTO DELLA MISSIONE |
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Ottobre è il mese missionario. Una parola che ci fa pensare a terre lontane e a chi è partito per annunciare il Vangelo, e la Chiesa ha bisogno di loro come dell'aria. Ma oggi la missione comincia anche sulla porta di casa: il mondo, con i suoi volti e le sue fatiche, è venuto da noi. Siamo missionari quando partiamo, ma anche quando apriamo. Al centro c'è sempre un volto. "Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me" (Mt 25). Il fratello è chi mi assomiglia, ma soprattutto chi non mi assomiglia: lo straniero, l'anziano solo, il ragazzo che in oratorio resta in disparte, la famiglia che fatica e si vergogna a chiedere. Accoglierlo significa prima di tutto guardarlo con il cuore di Gesù, uno sguardo che ama prima di giudicare. Poi sostenerlo con gesti concreti, e restargli vicino anche quando non si può risolvere tutto. La Chiesa oggi si sente "in uscita", chiamata ad andare incontro più che a difendersi. E ogni battezzato è missionario: per il vicino che in chiesa non viene più, la Chiesa sei tu, con il tuo saluto, la tua pazienza, la tua parola buona. In questo mese siamo invitati anche all'offerta per le missioni. Quanto raccoglieremo nella Giornata Missionaria Mondiale sarà destinato alle Pontificie Opere Missionarie, che a nome del Papa sostengono le giovani Chiese di tutto il mondo. Non è una goccia nel mare: ogni offerta confluisce in un unico fondo di solidarietà universale, segno che ci sentiamo davvero un'unica famiglia. La missione è il segno di un cuore aperto. Il suo contrario sono le chiusure e la paura del diverso, che spesso abitano anche dentro di noi. Ma diciamocelo con franchezza: la paura e la chiusura non fanno vivere e non ci fanno essere cristiani, perché Dio entra sempre attraverso il fratello, soprattutto quello che non ci aspettavamo. Infine, un pensiero per il nostro parroco, don Sergio, ancora ricoverato in ospedale. Gli facciamo arrivare tutto il nostro affetto e lo affidiamo ogni giorno al Signore e a Maria, Salute degli infermi. Con lui preghiamo per tutti gli ammalati della nostra comunità e per chi li assiste: anche questa è missione.
Buon cammino a tutti, con il cuore aperto.
Don Massimiliano
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Ci sono giorni che una comunità non organizza: li riceve. Il nostro Pietro, viene ordinato diacono, primo passo verso il sacerdozio che riceverà tra pochi mesi.
Non capita spesso. Oggi le ordinazioni sono rare, e molte parrocchie passano anni senza vedere un proprio figlio scegliere questa strada. Per questo vale la pena fermarsi e vivere fino in fondo questo momento: chi c'era lo porterà nel cuore per sempre.
Una vocazione non nasce dal nulla. Nasce in una famiglia, ma anche in una comunità: nei catechisti, negli educatori, nelle Messe della domenica, nelle preghiere di tanti. In questo “sì” c'è un po' di ognuno di noi. È il segno che la nostra comunità è ancora capace di generare.
Stringersi attorno a Pietro significa dirgli che non cammina da solo. Partecipiamo, fermiamoci a festeggiare, portiamo i nostri figli e preghiamo per lui, perché sia un pastore secondo il cuore di Dio, e perché altri giovani trovino il coraggio di rispondere alla stessa chiamata.
In questa gioia il nostro pensiero va anche a don Sergio, ancora in ospedale per proseguire le cure. Lo sentiamo vicino in un giorno così importante per la parrocchia. A lui il nostro abbraccio e la nostra preghiera, perché possa presto ristabilirsi e tornare a fare festa con noi. - Buon cammino don Massimiliano |
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La conversione del cuore: lasciarsi cambiare dalla Parola |
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Carissimi fratelli, mi piace fermarmi con voi a riflettere sul nostro cuore, il cuore cristiano.
C'è un momento, nella vita di ogni credente, in cui la fede smette di essere un insieme di pratiche e diventa un incontro. È il momento della conversione del cuore: non un evento isolato, ma un cammino continuo in cui la Parola di Dio non resta più sulla pagina, ma comincia a scavare, a interrogare, a trasformare. Troppo spesso ci accostiamo alle Scritture come a un testo da conoscere, da studiare, magari da citare al momento giusto, a volte, neppure lo ricordiamo alla fine della messa. Ma la Parola di Dio non chiede anzitutto di essere compresa: chiede di essere ascoltata, accolta. È viva, dice la Lettera agli Ebrei, "più tagliente di ogni spada a doppio taglio" — capace di raggiungere le pieghe più nascoste del cuore, quelle che nemmeno noi conosciamo bene. Quando ci esponiamo davvero ad essa, qualcosa in noi non può restare come prima. Ed è qui che nasce la vera domanda: che cosa cambia, in me, dopo aver ascoltato? Se la risposta è "nulla", forse abbiamo solo sfiorato il testo senza lasciarci toccare. La conversione autentica non è un'emozione passeggera del cuore durante la Messa della domenica: è la decisione quotidiana di lasciare che il Vangelo riscriva le nostre priorità, i nostri giudizi, il nostro modo di amare.
E qui arriviamo al cuore della testimonianza cristiana. Nessuno può parlare credibilmente di un amore che non ha mai sperimentato. Il cristiano non è chiamato anzitutto a spiegare la fede, ma a mostrarla — ad essere, prima ancora che maestro, testimone. Testimone significa aver visto, aver toccato con mano, aver lasciato che quell'amore di cui parla il Vangelo diventasse carne nella propria storia: nelle ferite guarite, nei perdoni ricevuti e donati, nelle notti in cui quella presenza non ha lasciato soli. È da questa esperienza vissuta, e non da un discorso imparato, che nasce una testimonianza capace di attirare. Il mondo non ha bisogno di altre parole sul cristianesimo: ne ha già sentite tante, spesso vuote. Ha bisogno di incontrare persone che, vivendo diversamente, facciano sorgere una domanda: perché sei così? Da dove viene questa pace, questa capacità di amare anche chi non lo merita, questa libertà da correre dietro alle cose che tutti inseguono? È la bellezza, prima ancora dell'argomentazione, a convertire. Fëdor Dostoevskij scriveva che "la bellezza salverà il mondo": ed è quella bellezza che si vede in chi ha lasciato che l'amore di Dio diventasse il proprio modo di stare al mondo. Non persone perfette, ma persone vere, trasparenti, che lasciano intravedere qualcosa di più grande di loro stesse.
Che questo tempo sia allora l'occasione per tornare alla Parola non come a un dovere, ma come a una sorgente. Per lasciarci ancora sorprendere, ancora scomodare, ancora cambiare. Perché solo un cuore realmente convertito può generare una testimonianza che non convince con le argomentazioni, ma conquista con la vita.
Vi porto anche i saluti del nostro parroco don Sergio, il quale sta continuando le sue cure per guarire, ora si trova a Legnano. Se lo desiderate scrivetegli pure, ma non andate a trovarlo, il rischio che possiamo portare qualche batterio non è di certo il suo bene attuale, grazie.
Buona domenica a tutti
don Massimiliano |
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UN CAMMINO DA VIVERE, NON DA GUARDARE |
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Carissimi,
come ogni anno che si apre ci mette davanti alla stessa domanda: sarà solo un anno che passa, o un anno che vivremo davvero? La differenza non sta nelle cose che faremo, ma nella cura che metteremo nel nostro cammino personale con il Signore, perché è Lui che può fare la differenza nella nostra vita.
Vivere il cammino significa prima di tutto lasciarsi raggiungere dalla Parola di Dio, non ascoltarla di sfuggita ma entrare nella sua profondità, giorno dopo giorno, lasciando che parli alla vita concreta di ciascuno. Una Parola che non resta sulla carta, ma che si fa pane quotidiano, capace di illuminare le scelte, le fatiche, le gioie di ogni giornata.
E questo cammino ha bisogno di fedeltà: fedeltà alla Messa, che ci raccoglie come famiglia attorno all'altare; fedeltà alla preghiera, che tiene aperto il dialogo con Dio anche nel silenzio dei giorni feriali; fedeltà al proprio cammino personale, fatto di piccoli passi costanti più che di slanci isolati. Non serve fare tutto e subito: serve non smettere di camminare.
Ma c'è di più! Questo cammino, se vissuto sul serio, non riguarda solo il cuore di ciascuno; riguarda il volto della nostra comunità. Una comunità che prega, che si nutre della Parola, che è fedele all'Eucaristia, diventa capace di una cosa preziosa e rara; guardare nella stessa direzione. Non uniformità, ma unità di sguardo e di passo, la stessa che caratterizzava i primi discepoli, assidui e concordi.
Che questo sia allora l'anno in cui, ciascuno a partire dal proprio passo, impariamo di nuovo a camminare insieme, guardando dove il Signore ci sta guidando.
Buon cammino a tutti.
Don Massimiliano |
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