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Parrocchia Santi Quirico e Giulitta - Solaro
Famiglia e… … Parola di Dio PDF Stampa E-mail

Il mese di Gennaio è caratterizzato da Domeniche “speciali” e occasioni di preghiera straordinarie: Domenica della Parola di Dio e Festa della Santa Famiglia e di tutte e le famiglie, Giornata della Pace e Settimana di preghiera per l’Unità dei cristiani.

Tutto però deve essere illuminato dalla Parola di Dio.

La famiglia, di per sé, dovrebbe essere un luogo di intensa comunicazione non solo della Parola di Dio, ma anche di quelle fondamentali parole umane che introducono al senso profondo della vita. In realtà la famiglia vede molto compromessa, nella società attuale, la sola insostituibile funzione educativa. Alcuni sintomi allarmanti denunciano la crisi profonda di quei valori umani, di cui la famiglia è portatrice in modo specifico e costitutivo.

Per esempio, il rapporto uomo-donna tende a perdere la sua specifica caratteristica di dedizione incondizionata e definitiva, per uniformarsi ad altri rapporti umani a breve scadenza, fondati sull'interesse, sull'arbitrio, su quello che di volta in volta appare come utile e piacevole, senza il coraggio della libera scelta irrevocabile.

Così la tipicità del rapporto genitori-figli viene intaccata sia dal fatto che il figlio tende ad essere visto come un fenomeno accessorio o addirittura fastidioso del rapporto coniugale, sia dal fatto che altre e contraddittorie figure di adulti, che si presumono autorevoli, impongono se stesse ai figli, non in collaborazione con l'autorevolezza dei genitori, ma spesso in sottile o clamoroso contrasto, rendendo ancora più difficile il dialogo familiare, già disturbato dall'ingigantito "salto generazionale".

La conseguenza di tutto ciò è una grave riduzione del rilievo sociale e culturale della famiglia. Il senso pregnante di quelle fondamentali parole a cui uno deve far riferimento per orientarsi nella vita - come amore, lavoro, amicizia, apertura al mistero, nascita, morte, dolore, onestà sociale ecc. - non è più determinato dall'ambito familiare, con la sua carica di vita vissuta, di sapienza tradizionale, di affetto rispettoso, ma tende a essere influenzato sempre più da mille altre voci extra-familiari, spesso caratterizzate da superficialità, da distorsioni, da intenti di strumentalizzazione e di cattura psicologica. Anche i tempi del dialogo familiare e dell'intimità post-lavorativa vengono invasi dai mezzi di comunicazione sociale, che condizionano pesantemente la vita intellettuale e affettiva della famiglia.

Occorre aiutare la famiglia a ritrovare il gusto e la responsabilità di quei valori umani originali, che in essa vengono celebrati a beneficio delle persone e, a lungo andare, dell'intera convivenza sociale.

Se la famiglia riuscisse a raccogliere sé stessa, intorno alla Parola di Dio, o riandando a ciò che fu proclamato in chiesa, durante la liturgia, o leggendo direttamente e organicamente le pagine bibliche, troverebbe una fonte inesauribile di messaggi preziosi circa la vita stessa della famiglia, circa le vicende che i familiari attraversano nelle diverse stagioni della vita, circa gli avvenimenti che succedono nel mondo d'oggi. Allora fatti e situazioni entrerebbero nella famiglia, non più in forma grezza e incombente, ma attraverso quel filtro di sapienza e di serenità che è la parola di Dio. Questa Parola, inoltre, potrebbe stimolare le famiglie a inventare una socialità nuova, superando, anche a prezzo di tempo e di fatica, le aggregazioni istintive e discriminanti, fondate sulla comune estrazione sociale e culturale.

(C. M. Martini, In principio la Parola)

 
Il mio testamento spirituale PDF Stampa E-mail

Se in quest’ora tarda della mia vita guardo indietro ai decenni che ho percorso, per prima cosa vedo quante ragioni abbia per ringraziare. Ringrazio prima di ogni altro Dio stesso, il dispensatore di ogni buon dono, che mi ha donato la vita e mi ha guidato attraverso vari momenti di confusione; rialzandomi sempre ogni volta che incominciavo a scivolare e donandomi sempre di nuovo la luce del suo volto. Retrospettivamente vedo e capisco che anche i tratti bui e faticosi di questo cammino sono stati per la mia salvezza e che proprio in essi Egli mi ha guidato bene.

Ringrazio i miei genitori, che mi hanno donato la vita in un tempo difficile e che, a costo di grandi sacrifici, con il loro amore mi hanno preparato una magnifica dimora che, come chiara luce, illumina tutti i miei giorni fino a oggi. La lucida fede di mio padre ha insegnato a noi figli a credere, e come segnavia è stata sempre salda in mezzo a tutte le mie acquisizioni scientifiche; la profonda devozione e la grande bontà di mia madre rappresentano un’eredità per la quale non potrò mai ringraziare abbastanza. Mia sorella mi ha assistito per decenni disinteressatamente e con affettuosa premura; mio fratello, con la lucidità dei suoi giudizi, la sua vigorosa risolutezza e la serenità del cuore, mi ha sempre spianato il cammino; senza questo suo continuo precedermi e accompagnarmi non avrei potuto trovare la via giusta.

Di cuore ringrazio Dio per i tanti amici, uomini e donne, che Egli mi ha sempre posto a fianco; per i collaboratori in tutte le tappe del mio cammino; per i maestri e gli allievi che Egli mi ha dato. Tutti li affido grato alla Sua bontà. E voglio ringraziare il Signore per la mia bella patria nelle Prealpi bavaresi, nella quale sempre ho visto trasparire lo splendore del Creatore stesso. Ringrazio la gente della mia patria perché in loro ho potuto sempre di nuovo sperimentare la bellezza della fede. Prego affinché la nostra terra resti una terra di fede e vi prego, cari compatrioti: non lasciatevi distogliere dalla fede. E finalmente ringrazio Dio per tutto il bello che ho potuto sperimentare in tutte le tappe del mio cammino, specialmente però a Roma e in Italia che è diventata la mia seconda patria.

A tutti quelli a cui abbia in qualche modo fatto torto, chiedo di cuore perdono.

 
“Fu deposto… …in una mangiatoia” PDF Stampa E-mail

Maria è stesa sopra un pezzo di stoffa: è pallida, sfinita, provata dal parto, non ce la fa ad alzarsi. Questa è la madre del Figlio di Dio!

Giuseppe cerca di sistemare il bambino: d’altronde è l’unico in quel momento che può farlo. Posa il Figlio di Dio nel posto meno adatto ad un bambino appena nato.

Una “mangiatoia” è la prima “sede” del Figlio di Dio tra noi: alcune assi inchiodate, un po’ di paglia e nient’altro. Questo è il “trono” del Dio che si fa “carne”!

Dentro una mangiatoria viene “deposto”: che onore… per la mangiatoia! Quel piccolo spazio accoglie il Salvatore del mondo, quello che viene cantato dall’esercito celeste, adorato da pastori e Magi, che è la Gloria di Dio.

Carissimi, in questo Natale auguro di gustare Gesù che viene deposto in ognuno, nelle nostre famiglie, in Solaro e Brollo, nel mondo intero.

Gesù viene deposto in me, in ognuno di voi: noi siamo povera “paglia” con le nostre fragilità e paure, malattie e povertà. La paglia è erba morta, ma Lui è la Vita e fa rinascere in noi ogni speranza, ogni situazione morta.

Gesù viene deposto nella “mangiatoia” delle nostre famiglie: come Lui ha “scaldato” la paglia così ci porta calore e dolcezza sedendosi in questo Natale con noi e i nostri cari a tavola (“mangiatoia di casa”!).

Gesù viene deposto nei luoghi dove accorrono i poveri che cercano un po’ di “paglia” per scaldarsi (potendo pagare la bolletta del gas) e qualcosa per “mangiare” (gustando quanto offerto nella Giornata della Bontà): fa crescere così la voglia di condividere sempre perché nessuno venga e si senta “scartato” e dimenticato come la Famiglia santa nella notte di Natale.

Gesù viene deposto non su un soffice materasso, ma sulle ruvide e dure assi della mangiatoia, come in improvvisati rifugi devono vivere questo Natale soldati e civili, bambini e anziani… perché l’odio e la violenza non guarda in faccia nessuno, ed Erode purtroppo non va mai in ferie.

Lasciamo che Dio Padre deponga Gesù nelle nostre povere e quotidiane “mangiatoie”: così sarà veramente Dio CON noi, Dio IN noi, Dio PER noi.

A nome anche di don Felice e don Massimiliano,

auguro a te e a tutti i “tuoi” di gustare la gioia di avere Gesù qui!

 
Bontà? Solo giustizia! PDF Stampa E-mail

Che cos’è tanto contrario alla natura quanto offendere un altro per il proprio interesse? Eppure, il sentimento naturale ci suggerisce di vegliare su tutti, di affrontare noie e sopportare fatiche per tutti; e si considera per ciascuno motivo di lode procurare con proprio rischio la tranquillità di tutti; e ognuno ritiene cosa di gran lunga preferibile aver scongiurato la rovina della patria che l’aver trascorso, lontano dagli affari, una vita tranquilla in mezzo ai piaceri.

… ma anche quelli che escludono i forestieri dalla città non meritano certo approvazione.

Ciò significa cacciarli proprio quando si dovrebbero aiutare, impedire loro i rapporti con la madre comune, rifiutare loro i frutti che la terra produce per tutti, troncare le relazioni di vita già iniziate, non voler dividere in tempo di necessità le risorse con quelli con i quali furono comuni i diritti.

Agì assai meglio quell’anziano che, siccome i cittadini soffrivano la fame e da ogni parte si chiedeva, come suole avvenire in tali frangenti, l’allontanamento dei forestieri, forte della sua responsabilità maggiore quale Prefetto della città, convocò gli uomini più autorevoli e ricchi e chiese loro di prendere immediatamente una decisione dichiarando mostruoso il fatto che i forestieri venissero scacciati, disumano chi rifiutava il cibo a un moribondo. Non sopportiamo che i cani siano digiuni mentre mangiamo e scacciamo gli uomini.

Nulla c’è di così conveniente ed onesto che aiutare i poveri con le offerte raccolte tra i ricchi, distribuire viveri agli affamati, assicurare a tutti il cibo. Nulla c’è di così utile come conservare i coltivatori al loro campo e impedire che il popolo dei contadini perisca.

Ciò che è onesto, dunque, è utile; e ciò che è utile, onesto. E, al contrario, ciò che non è utile è sconveniente, e ciò che è sconveniente non è utile.

sant’Ambrogio, “I doveri” (anno 390)

 
"E gli altri?" Tra ferite aperte e gemiti inascoltati: forse un grido, forse un cantico PDF Stampa E-mail

Milano e la gente che abita in questo territorio non si stupirà se metto nel titolo di questo discorso un punto di domanda: perché voglio fare l’elogio dell’inquietudine…

Voglio fare l’elogio dell’inquietudine che bussa alle porte della paura.

La paura serpeggia nella città e nella nostra terra: è la paura di difficoltà reali che si devono affrontare e non si sa come; è la paura indotta dalle notizie organizzate per deprimere, per guadagnare consenso verso scelte d’emergenza, senza una visione lungimirante; è la paura dell’ignoto; è la paura del futuro. La paura induce a chiudersi in sé stessi, a costruire mura di protezione per arginare pericoli e nemici, ad accumulare e ad affannarsi per mettere al sicuro quello di cui potremmo aver bisogno, “non si sa mai”.

Alle porte della paura bussa l’inquietudine con la sua provocazione: e gli altri?

… Faccio l’elogio dell’inquietudine perché mi faccio voce della comunità cristiana, della tradizione europea e italiana, della lungimiranza sui destini della civiltà occidentale e, d’altra parte, non ho la pretesa di giudicare sbrigativamente o di disporre di ricette risolutive. Elogio l’inquietudine perché pensieri, decisioni, interventi siano attenti alla complessità e là dove sembra produttivo e popolare essere sbrigativi e semplicisti, istintivi e presuntuosi, l’inquietudine suggerisca saggezza e disponibilità al confronto, studio approfondito e concertazione ampia, per quanto possibile…

L’inquietudine non è un’inclinazione depressiva che può paralizzare il pensiero e l’azione nell’incertezza e nello scontento. È piuttosto un rimedio per contrastare la soddisfazione narcisista che si assesta in un egocentrismo rovinoso. Il confronto con “gli altri”, l’ascolto del gemito, la costruzione di rapporti fondati sulla stima, sull’attenzione, sulla riconoscenza, sono fattori di quell’umanesimo realista che rende desiderabili la convivenza civile e i rapporti tra i popoli.

L’inquietudine e il realismo sono le tracce della speranza che è stata seminata nella vicenda umana. Infatti, senza una speranza non si può vivere né si può desiderare di generare vita, di costruire il futuro, di sostenere le fatiche e di celebrare le feste.

(+ Mario Delpini, Discorso di Sant’Ambrogio 2022)

 
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Sabato, 11 gennaio 2020

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