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Festa PATRONALE 2021... "per RIPARTIRE" |
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Sabato 19 Giugno 2021 21:24 |
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FESTA
Sappiamo ancora far festa? I discorsi che facciamo sono troppo “sanitari” e “ospedalieri (“hai fatto il vaccino?”, “chissà ad ottobre come sarà!”…): manifestano sentimenti non molto aperti alla speranza (una volta si diceva “positivi”!). Il virus ha indebolito la voglia e la spinta a trovarsi a far festa. Che ben venga la “nostra festa” per ridare entusiasmo! Si tratta di avere il coraggio di mettere da parte le angosce dei mesi scorsi per entrare nel tempo del “ripartire” dopo l’epidemia. La storia racconta che dopo ogni crisi sanitaria è “scattata” la voglia di novità. “La storia siamo noi” e non vogliamo smentirla.
PATRONALE
Quanta luce emanano i nostri Santi Patroni Quirico e Giulitta, martiri del quarto secolo! Per loro la persecuzione è stato il grande “tempo della paura”, tempo in cui cercare di salvarsi dalla morte. Poi c’è stato l’arresto e l’interrogatorio: è stato il tempo dell’affidarsi a Gesù, il loro unico Signore. Fino al coraggio di rimanere fedeli col martirio, prima del piccolo Quirico, poi anche della mamma che non accetta di tradire Gesù nonostante il massacro del figlio. Quanta forza, quanta fede in Gesù, quanta decisione … quale esempio e incoraggiamento per noi che dobbiamo “ripartire”.
2021
Ce lo ripetono tutti e lo sappiamo che i prossimi mesi ci richiederanno di riformulare pensieri e vita, avere atteggiamenti e comportamenti nuovi davanti al futuro “diverso” che ci attende. Ci sarà tanto da scoprire e tanto da inventare… con mente, cuore e mani di tanti e per il bene di tutti. Questo sarà “ripartire”
Come Comunità Cristiane di Solaro e Brollo “ripartiremo” senza don Pasquale (che dal paradiso prega sicuramente per noi!) e con la nuova presenza di don Max che darà il suo apporto prezioso.
“Ripartiremo” usando il nuovo Oratorio (il prossimo Settembre) e avendo concesso “il boschetto” per la costruzione di una RSA per gli anziani bisognosi.
“Ripartiamo” soprattutto con l’entusiasmo dei nostri Ragazzi e Giovani che stanno vivendo l’Oratorio Estivo con grande “vitalità”. Lasciamoci “contagiare” dalla loro gioia! |
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I martiri di traverso di Giorgio Bernardelli |
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Sabato 01 Maggio 2021 15:58 |
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Una missionaria laica di 50 anni, colpita a morte in una delle troppe periferie violente dell’America Latina. Un giovane vescovo di 43 anni, gambizzato per intimidazione prima ancora dell’inizio del suo ministero in una diocesi del martoriato Sud Sudan.
In quest’Italia che non sa più guardare oltre tavolini, calcetto e coprifuoco, nelle ultime ore è arrivata – drammatica – la cronaca a ricordarci che esiste un mondo intorno a noi. Scuotendoci anche come comunità cristiana, con le storie di due missionari della generazione degli anni Duemila. Tutti e due, curiosamente, originari della stessa città, Schio, in provincia e diocesi di Vicenza. Partiti entrambi proprio quando in parrocchia iniziavamo a ripeterci sempre più spesso che la missione ormai è qui; che c’è troppo da fare nelle nostre città per andare a cercare avventure nelle periferie del mondo.
Nadia e padre Christian. Quelli che il bergogliano “siamo tutti sulla stessa barca” l’avevano già capito più di vent’anni fa; e ne hanno fatto il centro della propria vita, ben sapendo che questo poteva voler dire anche pagarne il prezzo.
Nadia De Munari – in Perù con l’Operazione Mato Grosso – aveva detto sì all’ennesima intuizione di padre Ugo De Censi, l’inventore di questo grande ponte di solidarietà con la gente poverissima della Cordigliera delle Ande. Perché se – come accade un po’ dappertutto oggi nel mondo – tante famiglie dalle montagne scendono a Chimbote in cerca di fortuna, anche lì bisognava stare con loro. Così era nata la casa “Mama mia”, dove Nadia si prendeva cura dei bambini e dei ragazzi di quelle famiglie in un contesto per loro così difficile. “Anche noi abbiamo dovuto costruire sulla sabbia”, aveva raccontato in un’intervista a una radio locale tre anni fa, senza nascondere la fatica. Aggiungendo, però, anche il senso più profondo di quella missione: “Tutti siamo stati creati per donare agli altri e la cosa che ci rende più felici è scoprire che tutto quello che abbiamo, che sappiamo fare e che ci è stato insegnato, possiamo condividerlo con gli altri”. Condividerlo anche nella precarietà della vita in queste periferie del mondo. Come avevano già fatto – sempre in Perù, negli anni Novanta – Giulio Rocca e padre Daniele Badiali, anche loro uccisi in nome dell’amore evangelico per questi fratelli nato proprio attraverso l’Operazione Mato Grosso.
Lo stesso amore che ha portato padre Christian, missionario comboniano, ad accogliere un compito difficilissimo a Rumbek. Quando qualche settimana fa Papa Francesco lo aveva nominato abbiamo scritto tutti che diventava il vescovo più giovane del mondo (soli 43 anni) nel Paese più giovane del mondo (il Sud Sudan indipendente solo dal 2011). Ma i titoli troppo facili sono sempre pericolosi. Per esempio nascondono la fatica e le lacerazioni di una diocesi rimasta per dieci anni senza un pastore. E le tante contraddizioni di un Paese dove le tensioni tra le etnie, come sempre, sono armate da interessi ben più prosaici che si chiamano terra, bestiame, petrolio. «Perdono chi mi ha sparato, dal profondo del cuore, e chiedo di pregare per la gente di Rumbek che sicuramente soffre più di me», sono le parole che padre Christian ieri ha affidato a una radio sud-sudanese prima di essere trasferito a Nairobi per essere curato. Parole che ci chiedono di non fermarci all’emozione perché “hanno colpito uno di noi”; ma di guardare come il pastore ferito all’intero suo gregge.
Nadia e padre Christian. Due volti che si prestano ben poco alle denunce ad effetto sui cristiani perseguitati. Perché sono i martiri di una fede vissuta accanto agli ultimi, ai dimenticati, esposti ai mille pericoli della loro esistenza. Sono i martiri di quel mondo malato, con cui vorremmo avere a che fare il meno possibile (salvo poi alzare muri o vendere armi proprio lì). Sono i martiri che in un giorno di fine aprile, in questa Italia dove non c’è posto per nient’altro che le nostre lamentele, all’improvviso si mettono di traverso nella nostra ripartenza. Ritroveremo davvero il coraggio di ascoltare il Vangelo che le loro vite annunciano?
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Sabato 15 Maggio 2021 20:39 |
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Gli sono rimasti soltanto undici uomini impauriti e confusi, e un piccolo nucleo di donne, fedeli e coraggiose. Lo hanno seguito per tre anni sulle strade di Palestina, non hanno capito molto ma lo hanno amato molto, e sono venuti tutti all'appuntamento sull'ultimo colle.
Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù compie un atto di enorme, illogica fiducia in uomini e donne che dubitano ancora, affidando proprio a loro il mondo e il Vangelo. Non rimane con i suoi ancora un po' di tempo, per spiegare meglio, per chiarire meglio, ma affida loro la lieta notizia nonostante i dubbi. I dubbi nella fede sono come i poveri: li avremo sempre con noi. Gesù affida il vangelo e il mondo nuovo, sognato insieme, alla povertà di undici pescatori illetterati e non all'intelligenza dei primi della classe. Con fiducia totale, affida la verità ai dubitanti, chiama i claudicanti a camminare, gli zoppicanti a percorrere tutte le strade del mondo: è la legge del granello di senape, del pizzico di sale, della luce sul monte, del cuore acceso che può contagiare di vangelo e di nascite quanti incontra.
Andate, profumate di cielo le vite che incontrate, insegnate il mestiere di vivere, così come l'avete visto fare a me, mostrate loro il volto alto e luminoso dell'umano.
Battezzate, che significa immergete in Dio le persone, che possano essere intrise di cielo, impregnate di Dio, imbevute d'acqua viva, come uno che viene calato nel fiume, nel lago, nell'oceano e ne risale, madido d'aurora. Ecco la missione dei discepoli: fare del mondo un battesimo, un laboratorio di immersione in Dio, in quel Dio che Gesù ha raccontato come amore e libertà, come tenerezza e giustizia. Ognuno di noi riceve oggi la stessa missione degli apostoli: annunciate. Niente altro. Non dice: organizzate, occupate i posti chiave, fate grandi opere caritative, ma semplicemente: annunciate.
E che cosa? Il Vangelo, la lieta notizia, il racconto della tenerezza di Dio. Non le idee più belle, non le soluzioni di tutti i problemi, non una politica o una teologia migliori: il Vangelo, la vita e la persona di Cristo, pienezza d'umano e tenerezza del Padre.
L'ascensione è come una navigazione del cuore. Gesù non è andato lontano o in alto, in qualche angolo remoto del cosmo. È disceso (asceso) nel profondo delle cose, nell'intimo del creato e delle creature, e da dentro preme come forza ascensionale verso più luminosa vita. "La nostra fede è la certezza che ogni creatura è piena della sua luminosa presenza" (Laudato si' 100), che «Cristo risorto dimora nell'intimo di ogni essere, circondandolo con il suo affetto e penetrandolo con la sua luce» (Laudato si' 221).
Ermes Ronchi, Avvenire 13 Maggio 2021 |
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San Giuseppe: il sogno della vocazione |
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Sabato 24 Aprile 2021 21:32 |
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Dal Messaggio di papa Francesco per la 58ª Giornata Mondiale di preghiera per le Vocazioni
San Giuseppe: il sogno della vocazione
San Giuseppe ci suggerisce tre parole-chiave per la vocazione di ciascuno.
La prima è sogno. Tutti nella vita sognano di realizzarsi. Ed è giusto nutrire grandi attese, aspettative alte che traguardi effimeri – come il successo, il denaro e il divertimento – non riescono ad appagare. In effetti, se chiedessimo alle persone di esprimere in una sola parola il sogno della vita, non sarebbe difficile immaginare la risposta: “amore”. È l’amore a dare senso alla vita, perché ne rivela il mistero. La vita, infatti, si ha solo se si dà, si possiede davvero solo se si dona pienamente. San Giuseppe ha molto da dirci in proposito, perché, attraverso i sogni che Dio gli ha ispirato, ha fatto della sua esistenza un dono… San Giuseppe rappresenta un’icona esemplare dell’accoglienza dei progetti di Dio. La sua è però un’accoglienza attiva: mai rinunciatario o arrendevole, egli «non è un uomo rassegnato passivamente. Il suo è un coraggioso e forte protagonismo». Possa egli aiutare tutti, soprattutto i giovani in discernimento, a realizzare i sogni di Dio per loro; possa egli ispirare l’intraprendenza coraggiosa di dire “sì” al Signore, che sempre sorprende e mai delude!
Una seconda parola segna l’itinerario di San Giuseppe e della vocazione: servizio... Liberando l’amore da ogni possesso, si aprì infatti a un servizio ancora più fecondo: la sua cura amorevole ha attraversato le generazioni, la sua custodia premurosa lo ha reso patrono della Chiesa… Il suo servizio e i suoi sacrifici sono stati possibili, però, solo perché sostenuti da un amore più grande: «Ogni vera vocazione nasce dal dono di sé, che è la maturazione del semplice sacrificio. Anche nel sacerdozio e nella vita consacrata viene chiesto questo tipo di maturità. Lì dove una vocazione, matrimoniale, celibataria o verginale, non giunge alla maturazione del dono di sé fermandosi solo alla logica del sacrificio, allora invece di farsi segno della bellezza e della gioia dell’amore rischia di esprimere infelicità, tristezza e frustrazione».
C’è un terzo aspetto che attraversa la vita di San Giuseppe e la vocazione cristiana, scandendone la quotidianità: la fedeltà. Giuseppe è l’«uomo giusto» (Mt 1,19), che nel silenzio operoso di ogni giorno persevera nell’adesione a Dio e ai suoi piani. In un momento particolarmente difficile si mette a “considerare tutte le cose” (cfr v. 20). Medita, pondera: non si lascia dominare dalla fretta, non cede alla tentazione di prendere decisioni avventate, non asseconda l’istinto e non vive all’istante. Tutto coltiva nella pazienza. Sa che l’esistenza si edifica solo su una continua adesione alle grandi scelte… Come si alimenta questa fedeltà? Alla luce della fedeltà di Dio… Questa fedeltà è il segreto della gioia. Nella casa di Nazaret, dice un inno liturgico, c’era «una limpida gioia». Era la gioia quotidiana e trasparente della semplicità, la gioia che prova chi custodisce ciò che conta: la vicinanza fedele a Dio e al prossimo. Come sarebbe bello se la stessa atmosfera semplice e radiosa, sobria e speranzosa, permeasse i nostri seminari, i nostri istituti religiosi, le nostre case parrocchiali! È la gioia che auguro a voi, fratelli e sorelle che con generosità avete fatto di Dio il sogno della vita, per servirlo nei fratelli e nelle sorelle che vi sono affidati, attraverso una fedeltà che è già di per sé testimonianza, in un’epoca segnata da scelte passeggere ed emozioni che svaniscono senza lasciare la gioia. San Giuseppe, custode delle vocazioni, vi accompagni con cuore di padre! |
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