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Parrocchia Santi Quirico e Giulitta - Solaro
Prepariamo il futuro. PRENDIAMOCI CURA DI ADOLESCENTI E GIOVANI
Sabato 15 Gennaio 2022 22:12

LETTERA AGLI ADOLESCENTI

di Matteo Lancini, da “L’età tradita” (Raffello Cortina ed.)

 

Care ragazze, cari ragazzi in questo difficile momento è molto importante che ognuno di noi si assuma nuove responsabilità, per sè, per gli altri, per tutta la comunità. Proprio per questo abbiamo deciso di scrivere un sermone che parta da noi, che parli di noi, risparmiandovi, almeno in questa occasione, il solito discorsetto infantilizzante. È giusto comunicarvi che, come è evidente, in questi ultimi anni noi adulti non siamo stati in grado di assumerci le responsabilità necessarie a garantire a voi giovani, e probabilmente anche ai vostri figli, un presente stabile e un futuro non troppo fosco. Non lo abbiamo fatto perché eravamo e siamo cattivi, ma perché una grande crisi di valori ci ha portato a privilegiare il profitto, l'individualismo, l'audience, a concentrarci su un'etica affettiva valida solo per la nostra famiglia, per il nostro caro piccolo nucleo.


Progressivamente ci siamo disinteressati degli altri, anche dei figli degli altri, se non come soggetti che vi avrebbero invitati alle loro festine di compleanno, a non farvi sentire soli, esclusi. Appena i figli degli altri, i vostri compagni delle primarie, hanno iniziato ad avere comportamenti non rispondenti alle nostre aspettative o mostrato difficoltà, abbiamo subito pensato che vi avrebbero ostacolato nei processi di apprendimento, li abbiamo considerati come dei disturbatori sulla strada della vostra crescita e ci siamo lamentati con le maestre. Lo abbiamo fatto per il vostro bene convinti di darvi più possibilità, non comprendendo che i bambini con più difficoltà sono una risorsa, aiutano ad avvicinarsi ai dolori e agli inciampi della vita, contribuiscono alla crescita personale e valoriale, non rappresentano qualcuno che ti fa rimanere indietro nel programma di matematica.

Abbiamo così contribuito, anche se con tutte le buone intenzioni, a rendervi fragili e a non farvi comprendere l'importanza della solidarietà, in primis per voi stessi, oltre che per gli altri. Chi se lo poteva permettere, poi, vi ha portato in giro per il mondo e pagato biglietti aereo, spingendovi a viaggiare ma con il 'cercapersona', detto anche cellulare, in tasca e sotto scorta degli adulti. Nessuna esperienza di vera autonomia perchè, in realtà, eravamo abitati da paure e paranoie su cosa vi sarebbe accaduto fuori casa, nel mondo pericoloso, e così abbiamo chiuso cortili e giardinetti. A proposito di responsabilità è giusto confidarvi un segreto: l'affissione della scritta 'vietato il giuoco del pallone' e la trasformazione dei cortili in box per auto non è stata una vostra iniziativa, ne' dell'industria bellica dei videogiochi e neanche dell'inventore di 'Fortnite'. Sono stati provvedimenti di responsabilità adulta per proteggervi dai malintenzionati e per non vedervi tornare a casa con sbucciature sulle ginocchia, per noi diventate fonte di sofferenza intollerabile. Per questo vi accompagniamo tutte le mattine a scuola e vi veniamo a prendere all'uscita, per proteggervi e farvi capire che degli altri c'è poco da fidarsi'.


L'obiettivo era aiutarvi a far parte di un mondo che nel frattempo, senza neanche accorgercene, stavamo distruggendo a forza di disboscamenti, plastificazione e inquinamento atmosferico. Sempre sotto la nostra responsabilità vi abbiamo anche più volte detto che non avreste trovato lavoro, che sareste diventati più poveri di noi, e non era una minaccia, ma ci siamo proprio impegnati a fare in modo che diventasse realtà. Infatti, oggi, gli scienziati dell'economia confermano che ce l'abbiamo fatta.

 

Intanto voi preadolescenti e adolescenti, così propensi a darci fiducia, ad ascoltare i nostri consigli e a prendervi carico delle nostre preoccupazioni, avete sostituito i pomeriggi che tutti noi trascorrevamo per strada, in piazze virtuali e in battaglie molto meno violente nelle conseguenze reali, perché virtuali appunto, di quelle che combattevamo noi con fionde, cerbottane, miccette, pistole spara gommini, pallonate violente in faccia agli amici. Epoche passate in cui le ferite del corpo dei figli erano meglio tollerate, al punto da essere all'ordine del giorno'.


A questo punto però, sempre in nome della nostra responsabilità adulta, vi abbiamo detto che questo vostro comportamento era da considerarsi esagerato, sconsiderato. Così abbiamo deciso di comunicarvi che il vostro uso di internet, smartphone, videogiochi e social network era smodato, anzi era diventato una dipendenza. Il vostro utilizzo, non il nostro, che avevamo iniziato a fotografarvi ancora prima della vostra nascita il giorno dell'ecografia morfologica, per poi proseguire con centinaia di foto e video per immortalarvi il giorno della recita dell'asilo, del primo bagno al mare senza braccioli, della prima volta in un campo sportivo e in qualsiasi occasione quotidiana ci sembrasse degna durante i primi dodici anni delle vostre vite.


Come avete potuto vedere, negli ultimissimi anni tutti i genitori, vedi chat di whatsapp, e tutte le istituzioni governate da noi adulti hanno trasformato le proprie iniziative, attività culturali e produttive in un prodotto che transita in qualche modo su internet e per questo, in modo irresponsabile, abbiamo riversato su di voi i nostri dubbi sul tipo di società che avevamo creato.


Abbiamo così deciso che tutti potessero utilizzare whatsapp, selfie e social network per riprendere il piatto di pastasciutta o la propria presenza come politico alla sagra della salamella, ma non voi che dovevate, per il vostro bene, limitarvi nell'utilizzo dello smartphone e dei videogiochi.

 
Festa del Battesimo di Gesù
Sabato 08 Gennaio 2022 12:48

All’Ufficio parrocchiale di Pinerolo

una voce maschile al telefono disse:

“Devo battezzare mia figlia! Cosa devo fare?”

Il Parroco rispose:

“Se avete intenzione di battezzare vostra figlia fate pure!

Non è questione mia, perché dovete fare tutto voi!”

“Cos’è la Chiesa? perché è stata fondata da Gesù?

perché siamo cristiani e perché esistono le nostre parrocchie?

 

Per costruire una Comunità di uomini e di donne che seguendo il Vangelo rendono bella la vita loro e degli altri, Gesù, attraverso i suoi ministri, ci incontra nei Sacramenti, ci prende per mano per donarci la sua passione d’amore, il suo Spirito, e trasformarci da individui in conflitto e in competizione, in persone che sanno creare relazioni buone, sanno guarire ferite e dare speranza, sanno sentirsi “famiglia” con tutti.

 

Battezzare un bambino perciò significa accoglierlo in una comunità di persone che, sentendosi amate da Dio si considerano fratelli, credono nella vita e sanno che “nessuno si salva da solo”, perciò si fanno carico di lui per insegnargli a diventare uomo seguendo Gesù e a preservare la sua vita dall’egoismo, dalla violenza, dall’inquinamento umano che le azioni cattive producono.

 

Si entra nella Comunità cristiana per rimanervi e crescervi. Tutto il rito del Battesimo è: accoglienza, incontro con Gesù che libera dalle conseguenze del male, che parla al cuore, inserisce nella comunità dei discepoli e immerge (= battezza) nell’amore del Padre, del Figlio e dello Spirito per far passare dalla condizione triste e solitaria dell’individuo a quella di uomo con gli altri, capace di sentirsi realizzato, facendo fiorire la vita dei fratelli, servendo, ascoltando, illuminando.

 

L’essere prolungamento della missione di Gesù di trasformare gli uomini in famiglia, che nel Battesimo è ricevuto solo come dono, nella Cresima è assunto consapevolmente. Questo sacramento infatti rende il credente in Gesù adulto e responsabile della costruzione della Comunità: cristiano per scelta, costruttore di relazioni sane, di Chiesa.

 

Mi viene tanta tristezza nel vedere che alcuni, forse troppi, vivono i Sacramenti come un fatto individuale. Anche nel linguaggio corrente, troppo spesso si mette sempre in evidenza la dimensione individualistica, l’IO: “ho ricevuto il Battesimo”, “ho fatto la cresima”, “ho ricevuto la Comunione”, “mi sono confessato e mi sono messo a posto la coscienza”, “mi sono sposato”, “sono diventato prete”, “ho ricevuto l’Unzione degli Infermi” dimenticando che ogni sacramento ci vuole portare a diventare fratelli nella comunità cristiana, ad entrare in relazione con gli altri, a costruire comunità. Si perde così il senso autentico di questi incontri in cui Gesù ci vuol far passare da una vita egoistica a una vita da fratelli, dall’essere uomini da soli e contro gli altri alla gioia di vivere insieme e di condividere la bellezza dell’esistenza. Ricevere i Sacramenti in modo individualistico è tradire la loro vera finalità…

 

Quando si esclude l’apporto della Comunità, succede che ci si prepari a celebrare i Sacramenti come un rito beneaugurante e che si consideri la Chiesa come una specie di “scuola guida” alla quale non si va più quando si è presa la patente. Mi sono spesso chiesto: se noi preti parliamo sempre di “corsi di preparazione ai sacramenti”, perché, quanti li hanno ricevuti dovrebbero continuare a frequentare la parrocchia, se li abbiamo educati soltanto a celebrare riti personali in cui gli altri, la comunità cristiana non c’entrano quasi per niente?

+ don Valentino, Vescovo

 
E se Natale non fosse…
Venerdì 24 Dicembre 2021 19:13

E se Natale non fosse festa dei bambini, ma degli adulti? Finalmente ci saremmo liberati da romanticismi e sentimentalismi per essere capaci di “curarci”, cioè di prenderci cura di noi stessi e dei nostri cari, di bambini, giovani e malati, della salute del corpo e della mente, aiutando a credere in Gesù e fare “opere belle e utili”. Festa di adulti, perché uomini e donne sapienti e critici verso le mode, perché mai creduloni, ma sempre credenti e credibili.

E se Natale non fosse la festa dei bambini, ma del Bambino Gesù? Il vero senso del Natale è la presenza di quella “Luce del mondo” che dà significato a tutto ciò che “si appiccica alla festa”, che dà quel “calore luminoso” al presepe o all’albero in casa, al farsi regali con creatività e fantasia, al ritrovarsi con i propri parenti per riscoprirsi “cari”, cioè amati, “amanti” e amatori e soprattutto amabili! E magari facendo un bella preghiera per noi e per tutti davanti al presepe!

E se Natale non fosse l’attesa e l’arrivo del “Babbo”? Quello che viene con le renne a portare doni ai bambini ricchi (che sono “buoni” solo quando “generosi”), ma che si dimentica tutti gli anni di quelli poveri, che passa sempre al nord e non si ricorda di quelli che stanno più a sud!

E se Natale non fosse una festa per “me cattolico”, ma di “noi cristiani”? Ci sentiremmo Chiesa, sentiremmo il bello di essere “popolo in cammino verso Gesù”, sentiremmo il calore di farci un bel sorriso per farci gli auguri nel donarci la pace prima, durante e alla fine dell’Eucarestia (anche se non possiamo stringerci la mano!). Ci sentiremmo più vicini a papa Francesco e pregheremmo per lui (smettendola di inseguire veri o falsi “scandali vaticani”), condivideremmo con lui la “passione” per il bene dei migranti e per la bellezza del pianeta, vivremmo interessandoci di vicini e lontani.

E se Natale non fosse la festa dei regali, ma dei “doni”? Si riempirebbe della gioia del “donare” ai vicini e del “fare donazioni” ai lontani, frutto del nostro “privarci del “troppo” che possediamo gelosamente. Noi popoli del mondo ricco che chiamiamo “bonifici” ciò che ci permettere di fare “affari”… mentre si è “bonifici” (significa “fare del bene”) solo se si crea fraternità e si accolgono tutti con cuore “bono”!

 

Ma questo Natale sarà …

Auguriamo un Natale “bello” a te e ai tuoi cari!

don Giorgio, don Felice, don Massimiliano e Sonia

 

 
3 VIE per la costruzione di una PACE DURATURA
Sabato 01 Gennaio 2022 10:49

1. Dialogare fra generazioni per edificare la pace

Ogni dialogo sincero, pur non privo di una giusta e positiva dialettica, esige sempre una fiducia di base tra gli interlocutori… Dialogare significa ascoltarsi, confrontarsi, accordarsi e camminare insieme. Favorire tutto questo tra le generazioni vuol dire dissodare il terreno duro e sterile del conflitto e dello scarto per coltivarvi i semi di una pace duratura e condivisa.

Le grandi sfide sociali e i processi di pacificazione non possono fare a meno del dialogo tra i custodi della memoria – gli anziani – e quelli che portano avanti la storia – i giovani –; e neanche della disponibilità di ognuno a fare spazio all’altro, a non pretendere di occupare tutta la scena perseguendo i propri interessi immediati come se non ci fossero passato e futuro. La crisi globale che stiamo vivendo ci indica nell’incontro e nel dialogo fra le generazioni la forza motrice di una politica sana, che non si accontenta di amministrare l’esistente «con rattoppi o soluzioni veloci», ma che si offre come forma eminente di amore per l’altro, nella ricerca di progetti condivisi e sostenibili.

Se, nelle difficoltà, sapremo praticare questo dialogo intergenerazionale «potremo essere ben radicati nel presente e, da questa posizione, frequentare il passato e il futuro: frequentare il passato, per imparare dalla storia e per guarire le ferite che a volte ci condizionano; frequentare il futuro, per alimentare l’entusiasmo, far germogliare i sogni, suscitare profezie, far fiorire le speranze. In questo modo, uniti, potremo imparare gli uni dagli altri». Senza le radici, come potrebbero gli alberi crescere e produrre frutti?

Basti pensare al tema della cura della nostra casa comune. L’ambiente stesso, infatti, «è un prestito che ogni generazione riceve e deve trasmettere alla generazione successiva». Vanno perciò apprezzati e incoraggiati i tanti giovani che si stanno impegnando per un mondo più giusto e attento a salvaguardare il creato, affidato alla nostra custodia. Lo fanno con inquietudine e con entusiasmo, soprattutto con senso di responsabilità di fronte all’urgente cambio di rotta, che ci impongono le difficoltà emerse dall’odierna crisi etica e socio-ambientale. È l’educazione a fornire la grammatica del dialogo tra le generazioni ed è nell’esperienza del lavoro che uomini e donne di generazioni diverse si ritrovano a collaborare, scambiando conoscenze, esperienze e competenze in vista del bene comune.

 

2. L’istruzione e l’educazione come motori della pace

Negli ultimi anni è sensibilmente diminuito, a livello mondiale, il bilancio per l’istruzione e l’educazione, considerate spese piuttosto che investimenti. Eppure, esse costituiscono i vettori primari di uno sviluppo umano integrale: rendono la persona più libera e responsabile e sono indispensabili per la difesa e la promozione della pace. In altri termini, istruzione ed educazione sono le fondamenta di una società coesa, civile, in grado di generare speranza, ricchezza e progresso… È dunque opportuno e urgente che quanti hanno responsabilità di governo elaborino politiche economiche che prevedano un’inversione del rapporto tra gli investimenti pubblici nell’educazione e i fondi destinati agli armamenti. D’altronde, il perseguimento di un reale processo di disarmo internazionale non può che arrecare grandi benefici allo sviluppo di popoli e nazioni, liberando risorse finanziarie da impiegare in maniera più appropriata per la salute, la scuola, le infrastrutture, la cura del territorio e così via…

È dunque necessario forgiare un nuovo paradigma culturale, attraverso «un patto educativo globale per e con le giovani generazioni, che impegni le famiglie, le comunità, le scuole e le università, le istituzioni, le religioni, i governanti, l’umanità intera, nel formare persone mature». Un patto che promuova l’educazione all’ecologia integrale, secondo un modello culturale di pace, di sviluppo e di sostenibilità, incentrato sulla fraternità e sull’alleanza tra l’essere umano e l’ambiente.

 

3. Promuovere e assicurare il lavoro costruisce la pace

Il lavoro è un fattore indispensabile per costruire e preservare la pace. Esso è espressione di sé e dei propri doni, ma anche impegno, fatica, collaborazione con altri, perché si lavora sempre con o per qualcuno. In questa prospettiva marcatamente sociale, il lavoro è il luogo dove impariamo a dare il nostro contributo per un mondo più vivibile e bello…

Il lavoro infatti è la base su cui costruire la giustizia e la solidarietà in ogni comunità. Per questo, «non si deve cercare di sostituire sempre più il lavoro umano con il progresso tecnologico: così facendo l’umanità danneggerebbe sé stessa. Il lavoro è una necessità, è parte del senso della vita su questa terra, via di maturazione, di sviluppo umano e di realizzazione personale». Dobbiamo unire le idee e gli sforzi per creare le condizioni e inventare soluzioni, affinché ogni essere umano in età lavorativa abbia la possibilità, con il proprio lavoro, di contribuire alla vita della famiglia e della società.

È più che mai urgente promuovere in tutto il mondo condizioni lavorative decenti e dignitose, orientate al bene comune e alla salvaguardia del creato. Occorre assicurare e sostenere la libertà delle iniziative imprenditoriali e, nello stesso tempo, far crescere una rinnovata responsabilità sociale, perché il profitto non sia l’unico criterio-guida.

Stralci del Messaggio di papa Francesco

per la 55a Giornata Mondiale della Pace (1 Gennaio 2022)

1. Dialogare fra generazioni per edificare la pace

Ogni dialogo sincero, pur non privo di una giusta e positiva dialettica, esige sempre una fiducia di base tra gli interlocutori… Dialogare significa ascoltarsi, confrontarsi, accordarsi e camminare insieme. Favorire tutto questo tra le generazioni vuol dire dissodare il terreno duro e sterile del conflitto e dello scarto per coltivarvi i semi di una pace duratura e condivisa.

Le grandi sfide sociali e i processi di pacificazione non possono fare a meno del dialogo tra i custodi della memoria – gli anziani – e quelli che portano avanti la storia – i giovani –; e neanche della disponibilità di ognuno a fare spazio all’altro, a non pretendere di occupare tutta la scena perseguendo i propri interessi immediati come se non ci fossero passato e futuro. La crisi globale che stiamo vivendo ci indica nell’incontro e nel dialogo fra le generazioni la forza motrice di una politica sana, che non si accontenta di amministrare l’esistente «con rattoppi o soluzioni veloci», ma che si offre come forma eminente di amore per l’altro, nella ricerca di progetti condivisi e sostenibili.

Se, nelle difficoltà, sapremo praticare questo dialogo intergenerazionale «potremo essere ben radicati nel presente e, da questa posizione, frequentare il passato e il futuro: frequentare il passato, per imparare dalla storia e per guarire le ferite che a volte ci condizionano; frequentare il futuro, per alimentare l’entusiasmo, far germogliare i sogni, suscitare profezie, far fiorire le speranze. In questo modo, uniti, potremo imparare gli uni dagli altri». Senza le radici, come potrebbero gli alberi crescere e produrre frutti?

Basti pensare al tema della cura della nostra casa comune. L’ambiente stesso, infatti, «è un prestito che ogni generazione riceve e deve trasmettere alla generazione successiva». Vanno perciò apprezzati e incoraggiati i tanti giovani che si stanno impegnando per un mondo più giusto e attento a salvaguardare il creato, affidato alla nostra custodia. Lo fanno con inquietudine e con entusiasmo, soprattutto con senso di responsabilità di fronte all’urgente cambio di rotta, che ci impongono le difficoltà emerse dall’odierna crisi etica e socio-ambientale. È l’educazione a fornire la grammatica del dialogo tra le generazioni ed è nell’esperienza del lavoro che uomini e donne di generazioni diverse si ritrovano a collaborare, scambiando conoscenze, esperienze e competenze in vista del bene comune.

 

2. L’istruzione e l’educazione come motori della pace

Negli ultimi anni è sensibilmente diminuito, a livello mondiale, il bilancio per l’istruzione e l’educazione, considerate spese piuttosto che investimenti. Eppure, esse costituiscono i vettori primari di uno sviluppo umano integrale: rendono la persona più libera e responsabile e sono indispensabili per la difesa e la promozione della pace. In altri termini, istruzione ed educazione sono le fondamenta di una società coesa, civile, in grado di generare speranza, ricchezza e progresso… È dunque opportuno e urgente che quanti hanno responsabilità di governo elaborino politiche economiche che prevedano un’inversione del rapporto tra gli investimenti pubblici nell’educazione e i fondi destinati agli armamenti. D’altronde, il perseguimento di un reale processo di disarmo internazionale non può che arrecare grandi benefici allo sviluppo di popoli e nazioni, liberando risorse finanziarie da impiegare in maniera più appropriata per la salute, la scuola, le infrastrutture, la cura del territorio e così via…

È dunque necessario forgiare un nuovo paradigma culturale, attraverso «un patto educativo globale per e con le giovani generazioni, che impegni le famiglie, le comunità, le scuole e le università, le istituzioni, le religioni, i governanti, l’umanità intera, nel formare persone mature». Un patto che promuova l’educazione all’ecologia integrale, secondo un modello culturale di pace, di sviluppo e di sostenibilità, incentrato sulla fraternità e sull’alleanza tra l’essere umano e l’ambiente.

 

3. Promuovere e assicurare il lavoro costruisce la pace

Il lavoro è un fattore indispensabile per costruire e preservare la pace. Esso è espressione di sé e dei propri doni, ma anche impegno, fatica, collaborazione con altri, perché si lavora sempre con o per qualcuno. In questa prospettiva marcatamente sociale, il lavoro è il luogo dove impariamo a dare il nostro contributo per un mondo più vivibile e bello…

Il lavoro infatti è la base su cui costruire la giustizia e la solidarietà in ogni comunità. Per questo, «non si deve cercare di sostituire sempre più il lavoro umano con il progresso tecnologico: così facendo l’umanità danneggerebbe sé stessa. Il lavoro è una necessità, è parte del senso della vita su questa terra, via di maturazione, di sviluppo umano e di realizzazione personale». Dobbiamo unire le idee e gli sforzi per creare le condizioni e inventare soluzioni, affinché ogni essere umano in età lavorativa abbia la possibilità, con il proprio lavoro, di contribuire alla vita della famiglia e della società.

È più che mai urgente promuovere in tutto il mondo condizioni lavorative decenti e dignitose, orientate al bene comune e alla salvaguardia del creato. Occorre assicurare e sostenere la libertà delle iniziative imprenditoriali e, nello stesso tempo, far crescere una rinnovata responsabilità sociale, perché il profitto non sia l’unico criterio-guida.

Stralci del Messaggio di papa Francesco

per la 55a Giornata Mondiale della Pace (1 Gennaio 2022)

 
NATALE: Babbo Natale, San Nicola… e Gesù
Domenica 19 Dicembre 2021 08:45

In seguito alle polemiche generatesi sui social per quanto ha dichiarato il vescovo di Noto, monsignor Antonio Staglianò, affermando nel corso di una recente manifestazione natalizia ai ragazzi delle scuole che “Babbo Natale non esiste”, lo stesso Vescovo ha voluto rilasciare una dichiarazione per meglio chiarire il suo pensiero, ribadendo ancora che non era sua intenzione suscitare tanto clamore mediatico o deludere i più piccoli; d’altra parte però – ci ha tenuto a precisare – un Vescovo deve predicare il valore cristiano del Natale, oggi purtroppo sempre più consumistico, scristianizzato e asservito alle logiche del mercato.

“Non ho detto ai bambini che Babbo Natale non esiste, ma abbiamo parlato della necessità di distinguere ciò che è reale da ciò che non lo è.

Così ho fatto l’esempio di San Nicola di Myra, un santo che portava doni ai poveri, non regali. Nella tradizione anglosassone è poi diventato Santa Claus, ma non di certo il Babbo Natale creato dalla Coca-Cola.

Ho voluto spiegare che una cultura consumistica come quella dei regali è diversa da una cultura del dono che invece è alla base del vero messaggio del Natale. Gesù bambino nasce per donarsi all’umanità intera.

Lì, nella povertà di quella grotta è nato Gesù. Quindi, il messaggio per i bambini è quello di ascoltare la voce di Gesù che dice: ora vai dai tuoi genitori e spiega che nessuno deve nascere più nelle condizioni in cui è nato Gesù.

La sua nascita è un atto di amore, così i bambini quando riceveranno i regali dovranno pensare ai loro coetanei che non potranno riceverli, non coltivando più l’egoismo di dire è tutto mio.

È venuto fuori un dato reale, cioè che il Natale non appartiene più ai cristiani. Si è svuotato il linguaggio. Anche il presepe stesso è stato strumentalizzato, ridotto a un oggetto di bellezza, ecco quindi che il messaggio cristiano diventa un contenitore vuoto e perde quella verità che significa amore. L’atmosfera natalizia tra luci e shopping ha preso il posto del Natale”.

 
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