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Parrocchia Santi Quirico e Giulitta - Solaro
Prepariamo il futuro - Clemenza di Dio e “anime del purgatorio”
Domenica 20 Febbraio 2022 07:45

Oggi viviamo la “Domenica della clemenza”. Sicuramente quella di Dio è infinita ed eterna, grande e per tutti: noi siamo poco disposti alla clemenza con gli altri… qualche volta anche con noi stessi (rimanendo ingabbiati dalla “colpa”).

Questo modo di essere e di fare ha fatto sorgere anche false credenze

circa il “purgatorio”… e “quanto ci staremo”!

Alcuni anni fa così si esprimeva in modo “poetico” papa Benedetto XVI.

47. Alcuni teologi recenti sono dell'avviso che il “fuoco” che brucia e insieme salva sia Cristo stesso, il Giudice e Salvatore. L'incontro con Lui è l'atto decisivo del Giudizio. Davanti al suo sguardo si fonde ogni falsità. È l'incontro con Lui che, “bruciandoci”, ci trasforma e ci libera per farci diventare veramente noi stessi. Le cose edificate durante la vita possono allora rivelarsi paglia secca, vuota millanteria e crollare. Ma nel dolore di questo incontro, in cui l'impuro ed il malsano del nostro essere si rendono a noi evidenti, sta la salvezza.

Il suo sguardo, il tocco del suo cuore ci risana mediante una trasformazione certamente dolorosa «come attraverso il fuoco». È, tuttavia, un dolore beato, in cui il potere santo del suo amore ci penetra come fiamma, consentendoci alla fine di essere totalmente noi stessi e con ciò totalmente di Dio.

Così si rende evidente anche la compenetrazione di giustizia e grazia: il nostro modo di vivere non è irrilevante, ma la nostra sporcizia non ci macchia eternamente, se almeno siamo rimasti protesi verso Cristo, verso la verità e verso l'amore. In fin dei conti, questa sporcizia è già stata bruciata nella Passione di Cristo. Nel momento del Giudizio sperimentiamo ed accogliamo questo prevalere del suo amore su tutto il male nel mondo ed in noi. Il dolore dell'amore diventa la nostra salvezza e la nostra gioia.

È chiaro che la «durata» di questo bruciare che trasforma non la possiamo calcolare con le misure cronometriche di questo mondo. Il «momento» trasformatore di questo incontro sfugge al cronometraggio terreno – è tempo del cuore, tempo del «passaggio» alla comunione con Dio nel Corpo di Cristo.

Il Giudizio di Dio è speranza sia perché è giustizia, sia perché è grazia. Se fosse soltanto grazia che rende irrilevante tutto ciò che è terreno, Dio resterebbe a noi debitore della risposta alla domanda circa la giustizia - domanda per noi decisiva davanti alla storia e a Dio stesso. Se fosse pura giustizia, potrebbe essere alla fine per tutti noi solo motivo di paura.

L'incarnazione di Dio in Cristo ha collegato talmente l'uno con l'altra - giudizio e grazia - che la giustizia viene stabilita con fermezza: tutti noi attendiamo alla nostra salvezza «con timore e tremore» (Fil 2,12). Ciononostante la grazia consente a noi tutti di sperare e di andare pieni di fiducia incontro al Giudice che conosciamo come nostro «avvocato», parakletos (cfr 1 Gv 2,1).

(Lettera Enciclica “Spes Salvi”)

 

 
Prepariamo il futuro - No alla mondanità spirituale
Sabato 12 Febbraio 2022 14:18

Nell’intervista concessa a Fabio Fazio papa Francesco ha chiesto di lottare contro la “mondanità spirituale”: il Papa ha spiegato questo “peccato” ne “La gioia del Vangelo”

93. La mondanità spirituale, che si nasconde dietro apparenze di religiosità e persino di amore alla Chiesa, consiste nel cercare, al posto della gloria del Signore, la gloria umana ed il benessere personale… Si tratta di un modo sottile di cercare «i propri interessi, non quelli di Gesù Cristo» (Fil 2,21). Assume molte forme, a seconda del tipo di persona e della condizione nella quale si insinua. Dal momento che è legata alla ricerca dell’apparenza, non sempre si accompagna con peccati pubblici, e all’esterno tutto appare corretto. Ma se invadesse la Chiesa, «sarebbe infinitamente più disastrosa di qualunque altra mondanità semplicemente morale».

 

95. Questa oscura mondanità si manifesta in molti atteggiamenti apparentemente opposti ma con la stessa pretesa di “dominare lo spazio della Chiesa”.

In alcuni si nota una cura ostentata della liturgia, della dottrina e del prestigio della Chiesa, ma senza che li preoccupi il reale inserimento del Vangelo nel Popolo di Dio e nei bisogni concreti della storia. In tal modo la vita della Chiesa si trasforma in un pezzo da museo o in un possesso di pochi.

In altri, la medesima mondanità spirituale si nasconde dietro il fascino di poter mostrare conquiste sociali e politiche, o in una vanagloria legata alla gestione di faccende pratiche, o in un’attrazione per le dinamiche di autostima e di realizzazione autoreferenziale.

Si può anche tradurre in diversi modi di mostrarsi a se stessi coinvolti in una densa vita sociale piena di viaggi, riunioni, cene, ricevimenti.

Oppure si esplica in un funzionalismo manageriale, carico di statistiche, pianificazioni e valutazioni, dove il principale beneficiario non è il Popolo di Dio ma piuttosto la Chiesa come organizzazione. In tutti i casi, è priva del sigillo di Cristo incarnato, crocifisso e risuscitato, si rinchiude in gruppi di élite, non va realmente in cerca dei lontani né delle immense moltitudini assetate di Cristo. Non c’è più fervore evangelico, ma il godimento spurio di un autocompiacimento egocentrico.

 

97. Chi è caduto in questa mondanità guarda dall’alto e da lontano, rifiuta la profezia dei fratelli, squalifica chi gli pone domande, fa risaltare continuamente gli errori degli altri ed è ossessionato dall’apparenza. Ha ripiegato il riferimento del cuore all’orizzonte chiuso della sua immanenza e dei suoi interessi e, come conseguenza di ciò, non impara dai propri peccati né è autenticamente aperto al perdono. È una tremenda corruzione con apparenza di bene. Bisogna evitarla mettendo la Chiesa in movimento di uscita da sé, di missione centrata in Gesù Cristo, di impegno verso i poveri. Dio ci liberi da una Chiesa mondana sotto drappeggi spirituali o pastorali! Questa mondanità asfissiante si sana assaporando l’aria pura dello Spirito Santo, che ci libera dal rimanere centrati in noi stessi, nascosti in un’apparenza religiosa vuota di Dio. Non lasciamoci rubare il Vangelo!

 
Prepariamo il futuro - Un “tesoro” quotidiano: le famiglie
Sabato 29 Gennaio 2022 21:24

“La fede apre la “finestra” alla presenza operante dello Spirito e ci dimostra che, come la felicità, la santità è sempre legata ai piccoli gesti. «Chiunque vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome - dice Gesù, piccolo gesto - non perderà la sua ricompensa» (Mc 9,41).

Sono gesti minimi, che uno impara a casa; gesti di famiglia che si perdono nell’anonimato della quotidianità, ma che rendono ogni giorno diverso dall’altro. Sono gesti di madre, di nonna, di padre, di nonno, di figlio, di fratello.

Sono gesti di tenerezza, di affetto, di compassione. Gesti come il piatto caldo di chi aspetta a cenare, come la prima colazione presto di chi sa accompagnare nell’alzarsi all’alba. Sono gesti familiari. E’ la benedizione prima di dormire e l’abbraccio al ritorno da una lunga giornata di lavoro.

L’amore si esprime in piccole cose, nell’attenzione ai dettagli di ogni giorno che fanno sì che la vita abbia sempre sapore di casa.

La fede cresce quando è vissuta e plasmata dall’amore. Perciò le nostre famiglie, le nostre case sono autentiche Chiese domestiche: sono il luogo adatto in cui la fede diventa vita e la vita cresce nella fede.

Gesù ci invita a non ostacolare questi piccoli gesti miracolosi, anzi, vuole che li provochiamo, che li facciamo crescere, che accompagniamo la vita così come ci si presenta, aiutando a suscitare tutti i piccoli gesti di amore, segni della sua presenza viva e operante nel nostro mondo.

Questo atteggiamento a cui siamo invitati ci porta a domandarci, oggi, qui, al termine di questa festa: come stiamo lavorando per vivere questa logica nelle nostre famiglie e nelle nostre società? che tipo di mondo vogliamo lasciare ai nostri figli? …

Magari ciascuno di noi si aprisse ai miracoli dell’amore per il bene della propria famiglia e di tutte le famiglie del mondo – e sto parlando di miracoli d’amore –, e per poter così superare lo scandalo di un amore meschino e sfiduciato, chiuso in sé stesso, senza pazienza con gli altri!

Vi lascio come domanda, perché ciascuno risponda – perché ho detto la parola “impaziente”: a casa mia, si grida o si parla con amore e tenerezza? E’ un buon modo di misurare il nostro amore…

Ogni persona che desideri formare in questo mondo una famiglia che insegni ai figli a gioire per ogni azione che si proponga di vincere il male – una famiglia che mostri che lo Spirito è vivo e operante –, troverà la gratitudine e la stima, a qualunque popolo, religione o regione appartenga.”

(papa Francesco a Filadelfia, 27 Settembre 2015)

 
Prepariamo il futuro - Custodire la vita di tutti, sempre
Domenica 06 Febbraio 2022 14:38

La risposta che ogni vita fragile silenziosamente sollecita è quella della custodia.

Come comunità cristiana facciamo continuamente l’esperienza che quando una persona è accolta, accompagnata, sostenuta, incoraggiata, ogni problema può essere superato o comunque fronteggiato con coraggio e speranza.

“Custodiamo Cristo nella nostra vita, per custodire gli altri, per custodire il creato!

La vocazione del custodire non riguarda solamente noi cristiani, ha una dimensione che precede e che è semplicemente umana, riguarda tutti.

È il custodire l’intero creato, la bellezza del creato, come ci viene detto nel Libro della Genesi e come ci ha mostrato san Francesco d’Assisi: è l’avere rispetto per ogni creatura di Dio e per l’ambiente in cui viviamo.

È il custodire la gente, l’aver cura di tutti, di ogni persona, con amore, specialmente dei bambini, dei vecchi, di coloro che sono più fragili e che spesso sono nella periferia del nostro cuore.

È l’aver cura l’uno dell’altro nella famiglia: i coniugi si custodiscono reciprocamente, come genitori si prendono cura dei figli, e col tempo anche i figli diventano custodi dei genitori.

È il vivere con sincerità le amicizie, che sono un reciproco custodirsi nella confidenza, nel rispetto e nel bene”

Le persone, le famiglie, le comunità e le istituzioni non si sottraggano a questo compito, imboccando ipocrite scorciatoie, ma si impegnino sempre più seriamente a custodire ogni vita.

Potremo così affermare che la lezione della pandemia non sarà andata sprecata.

dal Messaggio per la 44ª Giornata per la Vita

 
Prepariamo il futuro “Chi ha orecchi ascolti la Parola e le parole”
Sabato 22 Gennaio 2022 14:06

«Frotte di ragazzi si rincorrevano per i sentieri sterrati, e guazzavano a piedi scalzi nelle pozzanghere dell'ultima neve di primavera. Sostenevano il filo di un aquilone, che si librava altissimo, splendido come un gabbiano, e scintillava ai raggi del sole morente, così come scintillavano di stupore i loro occhi rapiti.

Di qua e di là, catapecchie di lamiere, recinti di cartone pressato, tuguri di pietre e di frasche, da cui usciva invariabilmente un filo di fumo e il tubo di un'antenna. Sugli usci di casa le donne infreddolite contemplavano anch'esse il miracolo dell'aquilone, che le costringeva, sia pure per pochi momenti, a sollevare lo sguardo dalle quotidiane tristezze di quaggiù.

Mi si avvicinò una bambina. Le chiesi il nome. Si chiamava Milagro. Solo dopo seppi che Milagro vuol dire miracolo. La presi per mano e le chiesi di condurmi a casa sua. La seguirono subito cinque o sei altri fratellini, ed entrammo cosl in una baracca. La madre, dal cui collo pendeva un bambino addormentato, mi accolse con un lampo negli occhi, di pudore e di malinconia. Sul focolare schiumava una pentola di fave. All'angolo, due sedie spagliate. Per terra, un grande giaciglio. A un filo di corda, i panni dell'ultimo bucato.

Fui incuriosito da un libro aperto sul tavolo, accanto a una pila di piatti e di scodelle. Lo presi tra le mani e lessi sulla copertina: “El Santo Evangelio de nuestro Senor Jesucristo”. Ebbi un soprassalto di commozione. Mi sembrò di essere entrato in casa di parenti, e provai a dire alla donna: "Sono molto felice che voi leggiate il Vangelo". Fu allora che lei, rimasta in silenzio fino a quel momento, apri bocca e mormorò con un filo di voce che mi ha rigato l'anima e non si è cancellato mai più: “Unica esperanza por nuestra pobreza”. Unica speranza per la nostra povertà!

Dunque, quella baracca non era un rifugio di disperati! Li, al centro di quel tugurio, accanto alla fiamma del camino, crepitava un fuoco ancora più robusto: la speranza dei poveri. Dunque, in quella catapecchia di gente senza nome non si tirava a campare. Li, nella fatica delle tribolazioni quotidiane, prendevano corpo le calde utopie della rivoluzione cristiana e si alimentavano i sogni di cieli nuovi e terre nuove.

Avrei voluto abbracciare quella donna. Mi limitai a baciare il suo bambino che le dormiva sulla spalla e forse sognava anche lui. Fuori i ragazzi continuavano a correre. Nel cielo si librava, altissimo, l'aquilone. Mi parve allora, per incanto, che fosse stato ritagliato dalle pagine del Vangelo, e andasse ad annunciare la speranza cristiana alla città opulenta, giunta al crepuscolo della felicità. Avrei voluto dire a quei ragazzi di legare il filo a un'antenna, e di lasciarlo nel cielo per sempre, quell'aquilone».

L'augurio è che in ogni casa non manchi mai il pane del vangelo sulla tavola e che le sue parole di speranza facciano volare in alto i sogni di tutte le famiglie!

Racconto di don Tonino Bello

 
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